Intimidazione

«There’s nothing wrong with saying that, you know, that you’ve recalculated.»

Domenica sera, il Washington Post ha reso pubblica la trascrizione di una telefonata tra Donald Trump e il Segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, dove il Presidente degli Stati Uniti incitava a “trovare” i voti necessari per ribaltare il risultato delle elezioni in uno degli Stati dove la sconfitta ha bruciato di più.

Che Trump fosse disperato per la mancata rielezione era noto – ormai le figuracce non si contano più, dal mascara colato per il sudore dell’avvocato Giuliani che invocava l’FBI per presunti brogli, alla causa in Michigan dove l’accusa aveva presentato dati del Minnesota – ma l’intimidazione di questa telefonata dà un tono quasi tragicomico alla situazione: «I’m notifying you that you’re letting it happen. So look. All I want to do is this. I just want to find 11,780 votes, which is one more than we have because we won the state».

Voce di disperazione e abuso di potere – come ha commentato Kamala Harris, vicepresidente eletta – che è proseguita per circa un’ora, nonostante i tentativi di chi era dall’altra parte del telefono di far comprendere che i voti sono stati contati in maniera corretta e che non c’è nessuno scherzo sotto: ha perso, le elezioni, così come anche le più di 50 cause intentate che dovevano dimostrare i brogli elettorali.

E non mancano le ritorsioni legali, ovviamente: l’avvocato Ryan C. Locke afferma infatti che la sola registrazione può portare alla formulazione di un atto d’accusa per il reato statale che punisce chiunque «solleciti, richieda, ordini tenti in altro modo di indurre un’altra persona a partecipare a frodi elettorali».

«That’s a big risk» dice Trump con tono intimidatorio nella sua telefonata. Ma l’unico che corre un grosso rischio, continuando a millantare teorie cospirative e a non preoccuparsi di ciò che fa, è lui.

Provvedimento ponte

Ancora nuove-vecchie misure: dal 7 al 15 gennaio.

Vedevamo i primi spiragli di luce per il 7 gennaio e invece ci ritroviamo all’inizio del nuovo anno con la certezza che questo tunnel sarà più lungo del previsto. Si sapeva: le misure di Natale erano insufficienti, ambigue e confusionarie, eppure si doveva arrivare in prossimità della scadenza per parlare di DPCM, “nuova stretta”, “proroga delle limitazioni”. Ancora una volta, ci troviamo davanti a un governo che si dimostra impreparato e si fa cogliere di sorpresa da scenari totalmente prevedibili. Alimentando, così, la “pandemic fatigue” che già a novembre l’OMS invitava i governi a scongiurare.

Sul piatto, ora, c’è un “provvedimento ponte” per il periodo 7-15 gennaio: zona arancione nazionale per il 9-10, divieto di spostamenti regionali fino al 15, prolungamento del limite di due ospiti e abbassamento delle soglie di Rt per far passare una regione a rossa (dall’1,5 attuale a 1,25) o ad arancione (da 1,25 a 1). Sapendo che l’ISS ha appena stimato l’Rt nazionale a 0,93, ben poche regioni rimarrebbero gialle con questi nuovi criteri. E sarebbe comunque un “giallo rafforzato”.

Allo stesso tempo, si torna a insistere sulla didattica in presenza già dal 7 gennaio almeno per il 50% degli studenti, continuando quindi ad alimentare controsensi e scontenti. Le misure sono necessarie, sia chiaro: la curva continua pericolosamente a salire e dobbiamo ancora vedere le conseguenze delle feste sul numero dei contagi. Ma è sciocco pensare che tutto ciò debba essere calcolato ora, quando era evidente sarebbe andata a finire così, con dei provvedimenti che facevano acqua da tutte le parti. La frustrazione non è nell’adottare ancora limitazioni, infatti, ma da rinvii, date e continue proroghe che sfiniscono la speranza di riuscire a gestire la situazione.

Misure più decise e severe, con tempi anche più lunghi, avrebbero portato sicuramente a effettive migliorie, nonché a minore frustrazione nel vedersi continuamente chiedere la proroga dei sacrifici dopo grandi promesse puntualmente disattese.

Il monitoraggio decisivo del CTS è fissato per il 5 gennaio. Insomma, quest’anno la Befana si porterà via tutte le feste, ma non le limitazioni.

Vaccino

02 gennaio 2021

Se possiamo affermare con sicurezza che la parola del 2020 è stata “Covid”, non abbiamo molti dubbi che quella che dominerà le scene in questo nuovo anno sarà “vaccino”. La nuova speranza, il mezzo per cominciare a ritornare alla normalità – per quanto già sappiamo che per tutto l’anno probabilmente saranno ancora necessarie le misure di prevenzione che ormai abbiamo fatto nostre nella quotidianità.

Già dal 27 dicembre, l’Italia e gli altri paesi europei hanno cominciato a inoculare le prime dosi del vaccino Pfizer-BioNTech, dando la priorità a operatori socio-sanitari e ospiti delle Rsa. Il vaccino Moderna dovrebbe essere approvato a giorni dall’Ema (il 6 gennaio), mentre pare ancora un po’ tortuoso il percorso per l’approvazione di quello di AstraZeneca.

La partenza, sebbene incoraggiante, appare lenta: al momento sono state somministrate solo il 10% delle dosi disponibili (con percentuali prossime allo zero in alcune regioni come Abruzzo, Molise e Sardegna). Per ora il governo ha deciso di non avanzare l’obbligatorietà – anche se si stanno discutendo dei vincoli – sebbene questo dia ancora più spazio ai no-vax e a un generale sospetto nei confronti dell’efficacia di un vaccino prodotto così velocemente. Non aiutano le fake news (esemplare il caso della sbagliata traduzione dell’articolo de El Paìs, che ha portato a credere che un’infermiera vaccinata avesse contratto il Covid dopo l’inoculazione e che ha scatenato una furia per i peggiori clickbait di doomscrolling di fine anno) e i toni sensazionalistici con cui si raccontano reazioni allergiche piuttosto normali in caso di somministrazione.

Sebbene il nostro grado di fiducia sia superiore a quello di altri paesi europei (come i nostri vicini d’oltralpe, dove solo poco più di 1 persona su 2 vuole vaccinarsi), è bene ricordare che la possibilità di avere un vaccino in tempi così brevi non comporta scarsa affidabilità. Tutto ciò è stato reso possibile grazie alla cooperazione di tutti gli Stati, riuscendo a ridurre drasticamente i tempi e adottando comunque tutte le pratiche e gli studi necessari. Ed è grazie a ciò che possiamo guardare al 2021 con speranza, affidandoci alla scienza – e non all’oroscopo di Paolo Fox.