«There’s nothing wrong with saying that, you know, that you’ve recalculated.»
Domenica sera, il Washington Post ha reso pubblica la trascrizione di una telefonata tra Donald Trump e il Segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, dove il Presidente degli Stati Uniti incitava a “trovare” i voti necessari per ribaltare il risultato delle elezioni in uno degli Stati dove la sconfitta ha bruciato di più.
Che Trump fosse disperato per la mancata rielezione era noto – ormai le figuracce non si contano più, dal mascara colato per il sudore dell’avvocato Giuliani che invocava l’FBI per presunti brogli, alla causa in Michigan dove l’accusa aveva presentato dati del Minnesota – ma l’intimidazione di questa telefonata dà un tono quasi tragicomico alla situazione: «I’m notifying you that you’re letting it happen. So look. All I want to do is this. I just want to find 11,780 votes, which is one more than we have because we won the state».
Voce di disperazione e abuso di potere – come ha commentato Kamala Harris, vicepresidente eletta – che è proseguita per circa un’ora, nonostante i tentativi di chi era dall’altra parte del telefono di far comprendere che i voti sono stati contati in maniera corretta e che non c’è nessuno scherzo sotto: ha perso, le elezioni, così come anche le più di 50 cause intentate che dovevano dimostrare i brogli elettorali.
E non mancano le ritorsioni legali, ovviamente: l’avvocato Ryan C. Locke afferma infatti che la sola registrazione può portare alla formulazione di un atto d’accusa per il reato statale che punisce chiunque «solleciti, richieda, ordini tenti in altro modo di indurre un’altra persona a partecipare a frodi elettorali».
«That’s a big risk» dice Trump con tono intimidatorio nella sua telefonata. Ma l’unico che corre un grosso rischio, continuando a millantare teorie cospirative e a non preoccuparsi di ciò che fa, è lui.
